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Una volta avviato il motore dell’energia interna attraverso il Qi Gong, compito del Taiji Quan è quello di farla circolare con la sua dinamicità per nutrire l’intero organismo di benessere, grazia e una sensazione di leggerezza e tranquillità.

Perché ciò sia possibile, l’energia va accumulata e raccolta nel Dan Tian inferiore (punto di raccolta dell’energia posto alcuni centimetri sotto l’ombelico Dan= rotondo – l’energia che si concentra ha una forma sferica; Tian = campo coltivato – il luogo in cui si semina e si coltiva l’energia). Possiamo immaginare il Dan Tian come un bacino di irrigazione. Si raccoglie l’acqua per poi poter irrigare. Se il bacino è vuoto, i tubi resteranno asciutti. L’esercizio di base per la concentrazione dell’energia nel Dan Tian è il Ti bao (vedi la voce Qi Gong).

Il movimento si crea quindi nella quiete del Dan Tian.
La profonda conoscenza delle leggi dell’energia e del corpo umano della tradizione taoista ha sviluppato nel corso del tempo dei movimenti che accolgono ed incanalano il moto a spirale dell’energia, facendola circolare dinamicamente. “E’ quindi un movimento centrifugo che prende avvio dal Dan Tian inferiore e da questo centro nella profondità del ventre si diffonde progressivamente a ogni struttura e periferia organica” (Moiraghi, 2002).
L’essenza del Taiji Quan non è quindi manifesta, è interna e nascosta.
Consiste nella circolazione dell’energia “Qi” attraverso il corpo. “Non bisogna concentrare la propria attenzione sulla forma del movimento”; scrive il Maestro Li Xiao Ming, “un po’ più grande, un po’ più piccola; non ha nulla a che vedere con ciò di cui si sta parlando. Io posso far compiere una rotazione completa all’intero qi del mio organismo anche solo con un piccolissimo movimento” (Li Xiao Ming, 1997).

Taiji QuanPerché l’antica tradizione di circolazione energetica per la salute e la longevità del Dao Yin e del Qi Gong diventasse Taiji Quan, tuttavia, doveva inserirsi un elemento nuovo: il concetto marziale del combattimento. “Quan” significa infatti pugno.
Il Taiji Quan unisce la realizzazione dell’equilibrio energetico psico-fisico del Taiji, propria del Qi Gong, con sequenze di movimenti dai contenuti marziali.
E’ quindi una pratica delicata, meditativa, fondata sul principio dell’armonia e dell’equilibrio, che sviluppa una forza interna, chiamata Jing (solitamente tradotta con “vigore”) che, ad altissimi livelli, può essere utilizzata anche marzialmente.
La storia del Taiji Quan si sviluppa lungo due linee: saggi eremiti e potenti combattenti.
I due volti di una medaglia, lo yin e lo yang di una raffinata tradizione.
Secondo Li Xiao Ming “Il vero Taiji è quello che in Cina è iniziato solo con la dinastia Song (960-1279). Durante tale dinastia, grandi specialisti di questa disciplina decisero di insegnare a qualche allievo i loro segreti. Durante la dinastia Ming (1368-1644), in una montagna della regione dell’Hu Bei che si chiama Wu Dan, viveva un taoista che si chiamava Zhang San Feng, Aveva portato l’esercizio del proprio Qi ad un livello straordinario e per la prima volta insegnò pubblicamente l’insieme del Taiji Quan (cioè il suo significato intrinseco” (Li Xiao Ming, 1997).
Fu poi un guerriero professionista, Chen Wanting (1600-1680), a sistematizzare le sequenze di movimenti che, attraverso varie evoluzioni e trasformazioni, diedero vita all’omonimo stile (Chen). Il Taiji Quan fu a lungo trasmesso in segreto all’interno della famiglia Chen, presso il villaggio di Chen Jia Gou.
Un servitore della famiglia, Yang Luchan, tuttavia, spiò gli allenamenti e raggiunse un livello di maestria talmente elevato, da essere ammesso agli insegnamenti più segreti della famiglia. In seguito Yang Luchan si trasferì a Pechino avviando così la diffusione del Taiji Quan.

il villaggio Chen Jiagou alla fine degli anni 80Il punto d’incontro fra marzialità e tecnica salutare è la circolazione dell’energia interna combinata alla morbidezza e flessibilità del corpo. Sembra che Zhan San Feng, osservando un combattimento tra un rapace e un serpente, si sia reso conto che, per quanto l’uccello fosse più forte, il serpente finiva per avere la meglio grazie alla sua fluidità e inafferrabilità. Queste divennero, infatti, le caratteristiche fondamentali del Taiji Quan, che assunse proprio l’acqua come modello: “La cosa più molle al mondo si precipita contro la cosa più dura al mondo. Niente al mondo è più molle e debole dell’acqua; ma nell’avventarsi contro ciò che è duro e forte, niente può superarla. Senza sostanza, essa penetra in ciò che non ha interstizi. La cosa diventa facile per essa grazie a ciò che non esiste. Così io so che il Non-agire ha il sopravvento” (Tao Tê Ching,, 1978).

Il Taiji Quan è, ad ogni livello, espressione della tradizione filosofica taoista (vedi la voce Le radici: il Tao e la risonanza con la natura) e tutti i suoi aspetti fondamentali, dalla tecnica ai contenuti ideali, si basano sui concetti basilari del taoismo: il vuoto e il non-fare, l’armonia yin-yang e l’equilibrio degli opposti, il processo continuo di flusso e trasformazione. Il suo nome ne è d’altra parte la viva testimonianza: è l’arte marziale (quan= pugno) che realizza il Taiji, l’armonia psico-fisica yin-yang.

Sia che si privilegi l’aspetto meditativo e salutare, sia quello marziale, l’allenamento parte comunque dallo scioglimento del corpo e dallo sviluppo della circolazione interna dell’energia. Ogni punto di rigidità, tensione o blocco nella struttura fisica impedisce, infatti, la circolazione energetica.
Il corpo dovrà quindi sciogliersi e perdere rigidità, allenandosi alla fluidità e inafferrabilità del serpente, dell’acqua e del vento. Dovrà saper cedere, rinunciare alla forza e a volte alla rigida e immediata difesa, lasciare per poi subito riprendere, aprirsi e richiudere, unire e collegare tutte le sue parti, portando il respiro, l’energia interiore e l’intento fino alle estremità, le dita delle mani e dei piedi. Dovrà allenarsi, infine, a trovare l’equilibrio, la giusta armonizzazione fra yin e yang che permette all’energia di circolare. Contemporaneamente, il processo di apprendimento tende a spostare il focus dell’attenzione dall’esterno all’interno, dal flusso ininterrotto di pensieri alla percezione diretta di sé, del proprio corpo e del cuore-mente. Si inizia cercando di unire la forma esteriore, ovvero le posture e i movimenti, con la consapevolezza e l’energia interna, il Qi. Quindi si lavora sulla spontaneità, su un rilassamento consapevole e presente, per arrivare al nucleo, all’essenza: un gesto, un movimento, un respiro che provenga esclusivamente e direttamente dal profondo di se stessi, senza la mediazione del pensiero e della volontà.
Espressione della propria energia autentica, puro fluire dell’Essere.

Il Maestro Chen Xiao WangNelle due fotografie del Maestro Chen Xiao Wang, scattate in occasione di una sua dimostrazione a Roma, si possono cogliere perfettamente le caratteristiche intrinseche di questa pratica.

Nella prima foto si può osservare la potenza (si osservi il contraccolpo della forza e velocità sulla guancia) dell’energia interna, accumulata nel Dan Tian, che viene sferrata all’improvviso attraverso un corpo morbido e flessibile, il cui unico compito è quello di lasciar passare l’energia senza rallentarla, frenarla o deviarla.

Il Maestro Chen Xiao WangNella seconda foto si può osservare il totale rilassamento e la morbidezza del corpo, la completa rinuncia all’uso della forza fisica e muscolare per contrastare la spinta ricevuta.
L’energia avversaria si incanala e si lascia scivolare a terra. Scorre semplicemente via, come l’acqua, come il vento.
La naturalezza dei movimenti del Taiji Quan non deve però ingannare: è il frutto di un lungo e attento lavoro. Una vera arte. Come scrive ironicamente Jan Kauskas a proposito della pubblicità con la quale si usa proporre questa disciplina: “Venivano esposti una serie di benefici derivati dalla pratica: ovvero la flessibilità di un fanciullo, la salute di un tagliaboschi e la sapienza di un saggio. ‘Uhau’, pensai, e tutto questo per una decina di minuti di pratica al giorno? E chi non lo vorrebbe? Un altro insegnante molto famoso citava come benefici della pratica una buona salute, benessere psicologico e un sistema davvero efficace di autodifesa” (Jan Kauskas, 2014. La traduzione è mia).

I benefici non si ottengono in dieci minuti, ma con un lavoro paziente, quotidiano e costante di anni.
Per questo si chiama “pratica”, perché non basta “comprendere”, non basta eseguire correttamente un movimento una volta o provare una particolare esperienza. Ogni nuova acquisizione deve diventare parte così integrante del corpo e della mente, da trasformare la qualità stessa dell’energia del praticante, da fondersi completamente con la sua modalità di essere, muoversi e percepire.
E’ come una pianta dai frutti squisiti, che tuttavia crescono e maturano lentamente.
Di fatto si può dire che abbia un’unica controindicazione: l’impazienza!
Il Taiji Quan si può tuttavia praticare a diversi livelli, basta avere le giuste aspettative.
La sensazione di benessere fisico, un maggiore scioglimento del corpo, un migliore equilibrio e radicamento sono risultati raggiungibili a qualsiasi età nel giro di qualche mese di pratica. I tempi della pratica non sono mai uguali o costanti: variano da persona a persona.
Per questo non ci sono cinture o livelli nel Taiji Quan.
E’ un cammino individuale, un viaggio attraverso la propria energia, il proprio cuore-mente, il proprio corpo. La circolazione dell’energia arriva come un dono: l’abbraccio pieno di pace, forza e dolcezza da parte dell’universo, le ali del cosmo che ci avvolgono e ci sostengono, portandoci danzando in un luogo di silenzio e pace, che è allo stesso tempo fuori e dentro di noi.

 

 

Per saperne di più:

  • Cheng ma Ch’ing. Tredici saggi sul T’ai Chi Ch’uan. Milano: Feltrinelli, 2006
  • Cohen, Kenneth. C. L’arte e la Scienza del Qi Gong. Genova: Erga Edizioni, 2006
  • Despeux, Catherine. Taiji Quan: tecnica di lunga vita. Roma: Edizioni Mediterranee, 2007
  • Kauskas Jan. Laoshi. Tai Chi, Teachers, and the Pursuit of Principle. Santa Fe: Via Media Publications, 2014
  • Ming, Li Xiao. Metodo pratico di autoelevazione col Qi Gong tradizionale cinese. Genova: Erga edizioni, 1997
  • Moiraghi, Carlo. Qi Gong: L’arte di nutrire la vita. Ginnastica energetica del corpo, del respiro e della mente. Milano: Fabbri Editore, 2002
  • Siaw-Voon Sim, Davidine. Gaffney, David. Taiji Quan stile Chen: L’Origine dell’Arte del Taiji Quan. Montespertoli (Fi): M.I.R. Edizioni, 2005
  • Tao Tê Ching. Il Libro della Via e della Virtù. Milano: Mondadori, 1978
  • Vittorioso, Cristiano. Taiji Quan stile Chen. Roma: Edizioni Mediterranee, 1995
  • Wong Kiew Kit. Il libro del Tai Chi Chuan: una guida ai principi e alla pratica. Roma: Ubaldini Editore, 1998
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